Lutero e Aristotele – Citazioni…


La citazione cambia ogni qualvolta si ricarica la pagina


Tempo fa, quando dovevo ingoiare la teologia scolastica, mi diede occasione di riflettere il quarto libro delle Sentenze del Cardinale Cameracense, in cui egli argomenta con grandissimo acume che, se la Chiesa non stabilisse il contrario, sarebbe cosa molto più ragionevole e tale da richiedere un minor numero di miracoli superflui, se sull’altare ci fossero anche il vero pane e il vero vino e non solo i loro accidenti. Ma quando poi ho capito che razza di Chiesa era quella che aveva stabilito queste cose, una Chiesa tomistica, anzi aristotelica, sono diventato più ardito; io che ero sempre tra Scilla e Cariddi, ho finito per propendere per la prima delle due ipotesi, e cioè che c'è vero pane e vero vino, e proprio in questi si trovano la vera carne e il vero sangue di Cristo, in senso non diverso né meno pregnante da quello usato da loro, per i quali corpo e sangue si trovano sotto gli accidenti di pane e vino. L'ho fatto perché mi sono accorto che le opinioni dei tomisti, per quanto approvate dal Papa o dal Concilio, rimangono opinioni e non possono diventare articoli di fede quand'anche scendesse dal cielo un angelo a stabilire il contrario. Ciò che infatti si afferma appoggiandosi su un fondamento diverso dalle scritture o dalla rivelazione autentica, appartiene al novero dell'opinabile, non delle cose da credere per fede. E questa opinione di Tommaso è così traballante, senza alcun fondamento biblico o razionale! Mi dà l'impressione che Tommaso non capisca neppure più la sua stessa filosofia e la sua dialettica. Aristotele infatti tratta degli accidenti e del sostrato in modo ben diverso da san Tommaso; fa proprio dispiacere che un così grande uomo non solo abbia introdotto le opinioni aristoteliche nelle cose di fede, ma abbia tentato di fondarle appoggiandosi su un Aristotele male interpretato. Una struttura quanto mai precaria sulla base del più precario dei fondamenti!


Dedit mihi quondam, cum Theologiam scolasticam haurirem, occasionem cogitandi D. Cardinalis Cameracensis libro sententiarum quarto, acutissime disputans, multo probabilius esse et minus superfluorum miraculorum poni, si in altaris verus panis verumque vinum, non autem sola accidentia esse astruerentur, nisi Ecclesia determinasset contrarium. Postea videns, quae esset Ecclesia, quae hoc determinasset, nempe Thomistica, hoc est Aristotelica, audacior factus sum, et qui inter saxum et sacrum haerebam, tandem stabilivi conscientiam meam sententia priore, Esse videlicet verum panem verumque vinum, in quibus Christi vera caro verusque sanguis non aliter nec minus sit quam illi sub accidentibus suis ponunt. quod feci, quia vidi Thomistarum opiniones, sive probentur a Papa sive a Concilio, manere opiniones nec fieri articulos fidei, etiam si angelus de coelo aliud statueret. Nam quod sine scripturis asseritur aut revelatione probata, opinari licet, credi non est necesse. Haec autem opinio Thomae adeo sine scripturis et ratione fluctuat, ut nec philosophiam nec dialecticam suam novisse mihi videatur. Longe enim aliter Aristoteles de accidentibus et subiecto quam sanctus Thomas loquitur, ut mihi dolendum videatur pro tanto viro, qui opiniones in rebus fidei non modo ex Aristotele tradere, sed et super eum, quem non intellexit, conatus est stabilire. Infoelicissimi fundamenti infoelicissima structura.

De captivitate Babylonica ecclesiae praeludium 1520 - WA 6,508,7-26
Riferimento ad Aristotele: Top. I,5,102b,3-10; Metaph. V,30,1025a,14-34


Commento di Eugenio Andreatta

Senza avvedersene, Lutero nel corso del brano si contraddice. Prima afferma che la chiesa che sancisce il dogma della transustanziazione è “Thomistica, hoc est Aristotelica”, poi invece spiega che san Tommaso si esprime in modo molto diverso da Aristotele in tema di attributi e sostrato. Purtroppo Lutero non approfondisce questa interessante affermazione, che però conferma ancora una volta che Lutero si sente pienamente padrone di un’interpretazione aristotelica del tutto indipendente da quelle della Scolastica, e che quindi le sue critiche ad Aristotele sono concepite per arrivare diritte a bersaglio, senza la mediazione della filosofia medievale. L’espressione inter saxum et sacrum è un modo di dire che indica uno stato di esitazione. Le citazioni di Pierre d’Ailly, infine, ricorrono numerose nell’opera luterana. Si tratta di uno degli autori medievali più conosciuti e più citati (e spesso, come in questo caso, lodati) da Lutero, che in questo caso si rifà alle Quaestiones super libros Sententiarum, IV q.6 art.2, riferendo abbastanza fedelmente le parole del filosofo. A questo passo Leif Grane ha dedicato il suo Luthers Kritik an Thomas von Aquin in De captivitate Babylonica, “Zeitschrift für Kirchengeschichte”, 80 (1969), pp.1-13, concludendo che l’interpretazione che Lutero dà Tommaso si muove sui binari dell’interpretazione nominalistica nel senso di una accentuata fedeltà alle argomentazioni di Pierre d’Ailly. La differenza sta nel fatto che il filosofo francese presenta le proprie asserzioni come pure ipotesi che devono lasciare il passo alla dottrina della chiesa, mentre per Lutero è la chiesa cattolica (tomistica-aristotelica) ad essere dalla parte del torto. Secondo Grane Lutero ha ragione di affermare che la concezione degli accidenti propria di Tommaso è molto diversa rispetto a quella di Aristotele. Lutero si riferirebbe qui al permanere sull’altare degli accidenti privi di un soggetto di riferimento, mentre per Aristotele l’inesse a un soggetto rientra nella stessa definizione di accidente.

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